Thursday, March 06, 2008
Qualcosa che potesse sfuggire ed insieme celebrare l'assurdo

noi
(tighter memento)
Mi piaceva disegnare cavalli, non fosse altro per il cognome: Fantin.
Non c'era infatti altro motivo: non avevo mai avuto alcuna esperienza con i cavalli, non avevo mai montato, non ero stato all'ippodromo. Forse era a causa degli indiani e dei cowboys che, a quel tempo, occupavano la maggior parte dell'immaginario di noi bambini. E si sa, dove c'e' un indiano o un cowboy c'e' un cavallo. Ma allora perche' non disegnare Toro Seduto o il generale Custer? lo invece disegnavo cavalli: bianchi pezzati di nero o viceversa, imbizzarriti o tranquilli mentre brucano; cavalli in corsa con la criniera al vento e le narici spalancate. A chi pero' mi domandava che cosa volessi fare da grande non rispondevo il pittore ma il macellaio. Infatti, oltre ai cavalli l'altra mia grande passione era la carne, non tanto il mangiarla, anche se mi piacevano le braciole ai ferri, quanto il vederla tagliare. Ricordo il macellaio poggiare sopra il banco di marmo rosa, pezzi di carne rossa: la lama del coltello separava la fetta dal resto; senza fatica il macellaio, con un gesto misurato, preparava delle belle fette da incartare. Ricordo che guardavo dal basso, a mala pena arrivavo con la testa al bancone ed era un incanto.

non opporsi al vago
(opporsi ancora meno)
Il terzo elemento determinante della mia infanzia fu uno splendido iris selvatico. Seguivo mio padre Claudio su un sentiero di montagna, quando mi mostro', a lato del sentiero, un iris viola. Stavo per raccoglierlo (era il fiore piu' bello che avessi mai visto) ma mio padre disse: "Lascialo, lascia che stia dov'e', il suo posto e' la montagna". Poche ore dopo mio padre precipitava e scompariva tra la nebbia mentre io, disperato, vagavo nella condensa, tra nuvole basse. Il giorno seguente, quando mi dissero che era morto, provai un senso di impotenza e di ingiustizia, visto che lui aveva lasciato l'iris alla montagna ma la montagna non aveva fatto altrettanto con lui. Avevo nove anni ed ho conosciuto la morte ed assieme ad essa l'assurdo. Nell'istante in cui mio padre scompariva, capii che lo stato delle cose puo' cambiare improvvisamente senza ragione, senza un perche'. Ebbi subito chiara la precarieta' di ogni nostro progetto, l'assoluta volubilita' di qualsiasi vicenda.
Erano questi i presupposti che mi avrebbero diretto verso l'arte, verso cioe' qualcosa che ai miei occhi di allora, non sembrava avere un legame funzionale con la realta'? Qualcosa che potesse sfuggire ed insieme celebrare l'assurdo, la mancanza, l'assenza di uno scopo, di un fine. Tutto cio' io ora so ma non a quel tempo, ne' tanto meno lo immaginavano i miei famigliari. Ed io crebbi inconsapevole della mia indole o del mio nuovo stato acquisito (...)
tartito da ---gallizio
al tempo del fior di loto flambe'
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