Thursday, September 15, 2005
scrittà-phobia

E’ ben nota la favola raccontata nel Genesi, primo e fondativo libro della Bibbia, della faida fra Caino, agricoltore e dunque stanziale, e Abele, pastore e quindi nomade. Caino, racconta la Bibbia, uccise il fratello Abele. Il leggendario riflette la lotta, che ancora oggi perdura, tra stanzialita’, trionfatrice ma in qualche modo considerata pur sempre peccaminosa - l’aratro squarcia il ventre della Madre -, e itineranza o nomadismo. E una lotta che continua tutt’oggi: la societa’ organizzata non ammette che i Pigmei vivano tranquillamente nella foresta dell’Ituri, che i Koisan (boscimani) continuino a cacciare nel deserto del Kalahari e si abbeverino ai punti d’acqua: la stanzialita’ non tollera l’idea stessa dell’itineranza e mal sopporta il nomadismo. Nelle nostre citta’, assai difficilmente sono tollerati gli zingari che possono essere considerati in un certo senso itineranti.
L’oralita’ cedette il posto alla scrittura. La legge, che si sostitui’ al mito-tabù, doveva avere la stessa concretezza dei solchi in cui si gettava il seme. La legge fu scritta, divenne fester Schrift, con l’andar del tempo si tradusse nei codici di Hamurabi, nelle sequenze di geroglifici tracciati ovunque in Egitto, soprattutto nelle tombe in modo da collegare immediatamente sopravvivenza dell’anima e legalita’; divenne, col tempo, le leggi iscritte dall’imperatore indiano Ashoka - vissuto nel I secolo a.C. — sulle colonne drizzate in tutto l’impero.
La scrittura e’ tutt’uno con il potere. Ma il potere stesso non sfugge all’impalpabilita’ della Parola, al suo non avere un’origine acchiappabile, imprigionabile. Il potere oscilla esso stesso nel vuoto. E il potere, che e’ di natura mitologica, si regge sull’escamotage, sul tentativo di nascondere il fatto di contenere un nucleo di residuo indecomponibile, non sintattizzabile, non giustificabile, non razionalizzabile; il potere vuole negare di essere monopolizzazione del mito-tabù, due facce di una stessa medaglia; e per rendere invisibile questo nucleo, inventa gli strumenti della convinzione e del castigo per i curiosi che vogliono cacciare il naso nel suo segreto.
La scrittura in altre parole e’ indispensabile al potere. Parlo anzi di Scritta’, di citta’ e scrittura come un tutt’uno, rispettivamente sede ed espressione del potere. La citta’ non potrebbe esistere senza la scrittura; ne’ la scrittura potrebbe aver luogo se non dove sussista la stanzialita’, dove sussista l’ordinamento dello spazio e del tempo, dove anzi spazio e tempo siano stati inventati. Basta, per convincersene, un’occhiata alle figurazioni paleolitiche e un confronto con le figurazioni neolitiche.
La scrittura avvolge ormai il mondo. La scrittura e’ una sequenza ordinata, sistematica di segni. Ma segni sono anche i meridiani e i paralleli che percorrono i globi terracquei e li chiudono in una rete. La scrittura e’ codici, strutture scolastiche, istituzioni scientifiche, chiese, libri sacri, condanne e redenzioni; ma nessuna delle mille e mille scritture esistenti riesce a chiudere il mondo in una definizione. La scrittura si rivela cosi’ una delle tante versioni della Parola, e di questa segue la sorte, quella di non potersi riflettere in se stessa, di non potere essere Parola che si impossessa della Parola: l’incapacita’ di essere definitiva, di rivelarsi estrema, insuperabile limite, confine, verita’ incontrovertibile. La stessa matematica, che e’ fatta di segni, muove da principi indiscutibili solo perche’ indiscussi. Il numero, arithmos in greco, non corrisponde a concretezze, non e’ designazione, ma e’ la determinazione delle concretezze assiomatiche. Il numero corrisponde alle sequenze temporali e spaziali, segna, determina e istituisce. E’ tempo e spazio, ma non e’ ne’ puo’ essere un’entita’ preesistente a tempo e spazio. Il tentativo compiuto dai pensatori tardoclassici come Piotino, di far derivare tutto dall’Uno, corrisponde esattamente al progetto di pervenire a un’origine fissa, incontrovertibile, all’assoluto.
Giorno per giorno l’uomo, abbandonato al caso e al rischio, precariamente vivo in quanto s’afferma di continuo di contro al mondo del non-essere, alla natura, alla morte, e’ ossessionato da un’originaria continuita’ (presunta, si, presunta), da un’identita’ col tutto o per lo meno con un ermafroditismo che valga ad ancorarlo al mondo dell’essere, cui l’uomo spera di addivenire definitivamente o per brevi istanti di ebbrezza, assoluta indifferenza, assenza di desideri e di respiro, estasi, abbandono alle maree. In quest’aspirazione risiede il segreto dell’erotismo, immenso regno da sempre avvolto nell’oscurita’ e per questo vigilato da occhiuti divieti. Ma nemmeno allora sfuggiamo alla Parola. Il vuoto mentale? La cessazione del pensiero? Ma sotto l’albero pipai anche il Buddha dorme e sogna, e il suo sogno e’ popolato di parole-dette, di parole-colori, di parole-suoni, di parole-odori. Il suicida? Fino all’ultimo parla con la corda che lo strangolera’, col veleno che lo fulminera’, con la pallottola che lo spegnera’. Parla con la Carne che e’ racchiusa nella sua carne, inattingibile, e come il samurai che compie il seppuku aspira per un istante a vederla, a toccarla tramite spada affilata, finalmente, definitivamente trascendendosi, proiettandosi al di la’ della Parola: ne’ mai ci riuscira’. Sottrarsi al tempo: “sottrarsi”, “al”, “tempo”, sono parole.
francesco saba sardi, dominio
tartito da ---gallizio
ai tempi logo[a]ranti solcati dalla tradizione
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