Tuesday, February 08, 2005
Il campo di calcio è un prato rasato, ma mica tanto

Il campo di calcio è un prato rasato, ma mica tanto.
Così pare a voi che in campo vi giocate soltanto le due palle degli occhi.
Il vostro tifo temporalesco scarica una grandinata d’occhi sopra quest’erba tenera. Due palle con dentro le iridi, mille decine e decine di palline.
Noi giochiamo con la terza, unica e sola sopra questo campo crivellato.
E, come un aratro da sotto, tagliando la terra, emergono all’aperto, a volte, donne sul prato. Vomeri di donna, la guancia premuta al ginocchio, una gamba ripiegata come un coltro (la vela tagliente dell’aratro), la coscia che risale tutto il tronco, lo stinco che discende, un braccio che circonda l’acutangolo, la mano smalta un piede, l’altra lo tiene.
Come la pagina di un libro aperto, l’altra gamba è ripiegata uguale,
l’esterno della coscia e del polpaccio sopra l’erba.
Quello sguardo filosofico sull’unghie, il labbro di sotto risucchiato in bocca e stretto un po’ tra i denti, o quello sopra, o sarà la lingua un poco stretta tra gli incisivi e un po’ sporgente come un’aporia (decisione, perplessità, slancio e attesa, tra sospensione e proseguimento). Una donna che fende da sotto, no, voi non la vedete.
Uno di noi sì, la vede sulla tre quarti d’attacco dove le macine del fuorigioco sminuzzano i decimetri, i centimetri; e la luce che c’è tra noi e l’ultimo uomo è fatta a fette, laminata in abbagli d’acciaio, ondulata in oscillanti dubbi d’ombra. Come nel deserto il sole in testa: l’avanti ruota all’indietro, la destra sta a sinistra, l’alto si insabbia in basso, il basso scivola sulla buccia di un barbaglio e ridicolmente per un poco vola. Oppure uno di noi la vede, quella donna, la vede sulla fascia, sulla corsia più rapida e più pazza: da una parte c’è tutto il campo, vasto come un fianco che si estende verso un corpo, e tutto può succedere di bello, dall’altra parte, dopo un osso d’anca, lo stesso campo finisce, e tu corri rasentando un profilo, e se la palla esce non esiste più.
Se a lei scivola una ciocca sulla coscia accanto al viso, per te è come se quei capelli ti scorressero nel sangue, forse a sferzarlo come un cavallo rosso, forse a irretirlo come una poltiglia. E la linea bianca laterale, che attira e che respinge, schiocca come un cavo teso da un transatlantico e si spezza al largo, tu corri e lo schianto ti insegue. E c’è chi la vede nell’area di rigore, sotto porta, come in un paese: lei che si dà lo smalto sulla soglia, seduta, con la schiena a fil di stipite. Il giocatore in attacco quando sente la rete è come se si spogliasse, ogni casacca a colori è una camicia bianca, la sbottona, la sfila dai pantaloni come se, nel tirar fuori quelle falde, cercasse l’elevazione, salta su una gamba per liberare l’altra da quella dei calzoni, diventa obliquo al suolo ma si libera, cambia piede d’appoggio, gira su se stesso, fa volare l’ingombro della stoffa, e adesso tocca al viso. Tu puoi essere scienziato, professore, politico, puoi esprimere un pensiero come strizzando una ramazza che ha sguazzato su mattoni sapienziali, tu puoi venirci a insegnare qualcosa, ma io ti dico che quel viso te lo sogni.
Il mio viso sotto porta, la mia smorfia che tu in anni di concentrazione non hai mai sentito correre sulla faccia. Tutti i miei nervi nudi sopra il viso. Qui forse lei alza il suo, la guancia carezzata dal ginocchio, e da sotto in su, dal basso verso l’alto (il percorso di ogni allusione umana) mi guarda e mi sorride.
Donna sul prato, t’abbraccio come dopo aver segnato.
Pasquale Panella
falciato da ---gallizio
nell'era neurogreen